La testimonianza di C.: “Alcol e droga hanno rovinato la mia vita”.

Salve, mi chiamo C. e mi fa piacere essere qua con lei nel condividere la mia esperienza del mio recupero e aiutare chi come me pensava di controllare l”alcol, ma non era cosi! Sai Emanuela un bevitore sociale sa quando bere, sa quando fermarsi, sa di avere una famiglia, delle responsabilità quotidiane che ci riserva la vita ogni giorno.

Ma! tutto questo che ti scrivo, per me! erano delle pagine vuote nel mio diario! La mia vita e sempre stata in bianco e nero, i colori non li vedevo, gli odori della natura per me non esistevano!Purtroppo la mia scivolata cominciava dal primo bicchiere, li si scatenava una compulsione alcolica, non riuscivo a fermarmi, non riuscivo a dire di no!

Le mie dormite di notte non erano più le stesse, il pensiero dell’alcol si trasformava in ossessione, lo usavo come forza coraggiosa per vincere la timidezza, socializzavo con lui!ma mi isolavo dagli altri! Mi creavo degli alibi miei per difendere questo mio amore,l”amavo più di me,la bottiglia faceva parte di me. Dove andava l’alcol io ero con lui, poi incontrai sostanze più pesanti, e mi resi conto che dipendevo da tutto ciò che si chiama sballo! sballo uguale dimenticare, dimenticare era scappare da dovere! Amore? figurati! Già sono nato con un padre alcolista e i problemi famigliari erano la mia crescita! Per questo amavo l”alcol, lui mi aiutava nella sofferenza famigliare.

Ma quando non si controlla se stessi? Mi trovai in carcere,finito,solo,nel punto di morte ,isolato da tutti. Li dopo un po di tempo anche se ero circondato dalle mura, o cominciato ad assaporare la vita,in carcere non bevevo, per questo ero libero ma mentalmente; ma fisicamente chiuso. Uscii in libertà,in poco tempo mi trovai con una figlia nelle mie mani! Ma con queste mie mani mi rovinai di nuovo, una ricaduta mi cambiò, pensavo che potevo gestire l’alcol a distanza di anni, ma la compulsione e l”ossessione non era svanita ma era ancora dentro la mia testa. In un secondo persi moglie figlia lavoro e ritornai dal punto dove o lasciato l’alcol. Ma un giorno ormai distrutto emotivamente andai a chiedere aiuto al Sert, e li mi indirizzarono al gruppo alcolisti anonimi con una frase!(se tu lo desideri di recuperarti!). Entrai in questa associazione e da loro presi fiducia in me stesso e cominciai a desiderare di uscire dalle sostanze, posso vivere senza alcol, posso vivere senza paure ma usare la prudenza ,o scoperto l”amore nel gruppo!

Con una semplice parola ama te stesso e amerai il mondo! la parola il condividere mi a dato la sobrietà,non o più quel senso di solitudine che me lo creava l”alcol,o ritrovato mia figlia che si chiama V.,o riconquistato la fiducia! o dei difetti di carattere che solo frequentando i gruppi di recupero riesco a tenerli sotto controllo, e come una medicina mentale e spirituale che solo la trovo al gruppo aiutoalclistianonimi che come gruppi sono in tutto il mondo! Dico spirito! fede! fiducia nel programma!

Solo credendo e applicando un nuovo stile di vita che sono scritti nei libri di alcolisti anonimi passi! Tradizioni! Concetti! Testimonianze! riesco a stare sobrio nelle ventiquattro ore per tutta la vita,ringraziando gli alanon che grazie a questa associazzione insieme non o più quel pensiero del essere diverso! ma con umiltà siamo tutti uguali recuperati.

Grazie C. gruppo Arcobaleno aiutoalcolistianonimi. (Link a destra)

N.b.: Pubblico questo commento in forma  anonima e rispettandone i contenuti integrali nella speranza che, attraverso il web, si possano facilmente divulgare le testimonianze degli ex alcolisti e aiutare con la rete chi soffre di questa problematica. 

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“Troppo giovane per bere”: la campagna di sensibilizzazione sull’uso di alcol in gravidanza

to young to drinkUna campagna shock contro il consumo dell’alcol in gravidanza.

L’immagine, targata Fabrica, mostra un feto immerso in una bottiglia di superalcolici con accanto la frase “To young to drink” (Troppo giovane per bere).

 

Un’iniziativa che coinvolge associazioni di tutta Europa sui rischi che potrebbero subire i nascituri di madri che fanno uso di sostanze alcoliche. In inglese  Fasd  (Fethal Alcohol Spectrum Disorders), conseguenze che vanno dai deficit di apprendimento, all’iperattività, dalle malformazioni fisiche ai disturbi mentali.

Con l’età adulta, invece, si possono riscontrare incapacità nel trovare e mantenere un lavoro o difficoltà nelle relazioni sociali.

Tutto dipende, in larga parte da quando e quanto le donne bevono e dal tipo di dieta seguita. Fattori che, messi insieme, possono procurare danni incalcolabili ai neonati.

Oggi l’alcol gioca un ruolo determinante nella società attuale.

Il consumo di alcol è legato non solo allo stile di vita, ma anche come sostegno per superare le difficoltà quotidiane.

Non solo tra gli adulti, ma anche tra i più giovani che ricorrono all’alcol per disinibirsi e superare le difficoltà relazionali sempre più evidenti in una società tecnologica e digitale come la nostra.

È anche vero che gran parte delle informazioni che si possono reperire sul web, sono poco chiare rispetto alle indicazioni che le donne in gravidanza dovrebbero seguire.

Ecco il perché di un’iniziativa che è finalizzata a rendere consapevoli le future madri dei rischi collegati al bere.

Le associazioni aderenti al progetto suggeriscono di lavorare insieme con i medici, o i familiari per sconsigliare, anche con semplici indicazioni, l’uso di bevande proibite durante i nove mesi di gestazione.

Una campagna in rete che si può visualizzare sul sito http://www.eufasd.org dove, nella sezione network, sono elencati le associazioni di riferimento in tutti i Paesi aderenti, compresa l’Italia.

La riproduzione di questo articolo,o di parti di esso, senza autorizzazione, sarà perseguita ai sensi di Legge. 

 

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Alcolismo: un tema di cui parlare ancora

Dopo mesi di distanza, nascono le prime, nuove sinergie per questo blog.

Dall’inchiesta sull’alcol, [https://emanuelamartino.wordpress.com/2013/05/11/alcolisti-anonimi-soli-davanti-alla-bottiglia-quando-il-bere-ti-fa-sentire-un-dio/] dall’incontro con l’associazione degli alcolisti anonimi della mia città, che ringrazio ancora per avermi consentito di realizzare questa indagine, molti sono stati i singoli che hanno voluto spendere una parola per descrivere il loro modo di bere, le loro necessità.

Qualche giorno fa, l’associazione Aiuto Alcolisti Anonimi (www.aiutoalcolistianonimi.it) mi ha chiesto ufficialmente di poter effettuare uno scambio di link, in modo da rendere più agevoli i contatti e consentire, a chi soffre di problemi legati all’alcolismo, di leggere le esperienze altrui e offrire la propria testimonianza.

Come da accordi, il loro sito web trova, pertanto, spazio tra i link amici del mio blog.
Spero se ne aggiungeranno gli altri, nell’obiettivo comune di migliorare la nostra società.

Basta poco, basta un click.

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Alla ricerca del Drago

2014-08-17 17.55.01Subito fuori dall’abitato di Monasterace, dopo una curva, dal lato del mare, si trova l’area archeologica dell’antica Kaulon.

La indicano i cartelli e scendo verso gli scavi.

Nessun segnale stradale che indichi agli automobilisti che percorrono la SS 106 di rallentare, neanche le strisce pedonali in corrispondenza della scala che porta al sito.

Una cinquantina di metri più avanti vi è un ingresso più sicuro, per il tramite di un sottopasso, ma chi proviene da Reggio non lo sa.

Appena ti avvicini, il basamento di un tempio dorico si erge sul promontorio a ridosso sul mare.

La pianta rettangolare è praticamente intatta, qua e là si scorgono le basi delle colonne. Alcuni reperti sono accatastati e catalogati.

Altri scavi sono protetti da piccole tettoie di lamiera, per chi non è esperto non si comprende cosa siano.

In spiaggia i vacanzieri prendono il sole, camminano sul bagnasciuga, si tuffano in mare.

Qualche bracciata al largo e, alzando lo sguardo, ti ritrovi a nuotare sotto i resti di Kaulon colonia greca fondata dagli Achei nell’ottavo secolo a. C.

Cerco il mosaico del drago e non sono sola.

Un turista percorre un tratto del sito a ovest, lo seguo, ma mi rendo conto che sta scendendo in spiaggia. Sì, il sito archeologico è anche una via di accesso al mare.

Il cartello con il mosaico del drago di Kaulon lo trovi subito non appena accedi agli scavi dalla scaletta sulla 106. Ma non è lì quello ritrovato negli anni ’60. Tenuto per molto tempo a Palazzo Piacentini (il Museo di Reggio Calabria), è stato restituito al Museo di Monasterace che sorge a pochi passi dal sito.

Lo vorrebbero vedere anche due turisti del Nord d’Italia, dall’accento direi veneti o giù di lì.

Ma io sto cercando l’altro mosaico, quello ritrovato ormai due anni fa dall’equipe dell’archeologo Francesco Scuderi che, coi suoi studenti, durante una campagna di studio in loco, riportò alla luce quello che è stato definito il più grande mosaico della Magna Grecia, raffigurante un secondo drago, più piccolo del precedente, ma che si estende su un’area più vasta insieme alle raffigurazioni di fiori e delfini.

Conosco la polemica riguardo alla mareggiata che negli inverni trascorsi ha messo a rischio l’intera area e l’allarme lanciato dall’archeologo in merito alla devastazione del sito.

Provo a chiedere a un autoctono che mi dice: “Il Drago? Se non se l’è portato il mare, lo trovate più in là”.

Io, invece, sospetto (anzi ricordo perfettamente) che il mosaico sia stato ricoperto per evitare che gli agenti esterni lo possano rovinare.

2014-08-17 18.06.31Negli scavi sull’area termale, a pochi metri dal tempio dorico, ci sono dei tendoni che proteggono il pavimento. Non mi azzardo a sollevarli, ma non sono sicura che qualcuno non ci abbia provato.

Gli interventi messi in campo per la protezione del sito, almeno per quel che può notare un occhio inesperto, consistono in alcuni massi posti sulla spiaggia e una collinetta artificiale (così sembra) a ridosso della scogliera.

Ci vorrebbe, forse, una barriera di massi in mare, a protezione dell’intera battigia. Intervento per altro già fatto negli anni ’80 – ’90 a Capo Spartivento, cosa che ha consentito la ricostruzione naturale della costa.

Nell’area non ho visto cestini per chi volesse depositarvi rifiuti e le sterpaglie la fanno da padrone.

In parte hai quasi la sensazione che le rovine le abbia trovate tu e il mare blu, come solo lo Ionio sa essere da queste parti, ti riporta con la mente ai tempi antichi, alle navi dei greci che solcavano le acque e che da lontano potevano scorgere la magnificenza del tempio di Kaulon.

Dall’altro ti assale un brivido: chiunque, entrando nel sito, potrebbe farvi razzia.

Quando era Ministro, Bray ha promesso dei fondi. Mi chiedo se siano arrivati, mentre un altro inverno si avvicina.

La riproduzione di questo testo, non autorizzata, sarà perseguita ai sensi di Legge.

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Suggestioni letterarie

Che ragione vi sarebbe nell’allontanarsi da chi deterrebbe inconfessabili e profondi segreti?

Al contrario, questo non sarebbe che motivo di unione e rafforzamento dei rapporti. Quanto meno, se non per stima,  per ragioni di opportunità.

Ma quando, al contrario, ci si allontana o segreti non ci sono o non si teme che siano rivelati.

Forse ci sono ragioni e motivazioni diverse, da conoscere prima,  e valutare per quelle che sono dopo. Se agli amici si tiene, ma per davvero.

Ma, nel turbinio del passaparola, alla fine ciascuno, per propria parte, si rivela tale per quale è.  Nel bene e nel male.

“E ora va con femmine a spander lacrime”

Boccaccio, Decameron, IV- I.

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È la notizia, bellezza!

24723_1327513039477_199314_nQuando ho aperto questo blog, fu semplicemente “perché dovevo rischiare”.

Dovevo, cioè, cambiare il mio modo di agire e tentare, sperimentare, scegliere.
Un percorso personale che poco aveva a che fare, al tempo, con il mestiere di giornalista.

Tanto che questo blog in parte raccoglie considerazioni personali, dall’altra è veicolo di notizie vere e proprie, alcune di queste poi pubblicate in alcune testate giornalistiche regolarmente registrate.
Non so quanto successo abbia avuto questa esperienza, che non è stata continuativa e giornaliera, e forse mi ci dovrei dedicare di più, non fosse altro che per evitare di lasciare monco un progetto già avviato.

Ma ogni cosa ha il suo tempo.

Ciò che mi ha spinto a questa riflessione ferragostana, mentre mi godo il fresco in uno dei posti più belli della mia regione, misconosciuto e per questo anche più gradevole, è l’avere letto, a distanza di molti mesi, un commento al mio articolo “Percosse, per non morire”, che scrissi in occasione di un reale fatto di cronaca accaduto nella mia città e il cui responsabile è stato recentemente condannato.

È strano pensare che tu posti un articolo sul blog, lo condividi su facebook o twitter e persone a te sconosciute, che magari tu immagini leggano solo testate nazionali, di prestigio o che comunque hanno una diffusione maggiore di un tuo esperimento, poi condividano i tuoi pensieri e trovino il tuo blog uno strumento per parlare di sé.

Per chi non è giornalista non è facile comprendere come per i giornalisti esista un solo amico: la notizia. Che non è tale per il rappresentare “un fatto nuovo”, ma piuttosto perché “è una novità che può interessare gli altri, l’opinione pubblica”. In termini tecnici, la “notiziabilità”.

Ci sono vari modi per trovare una notizia, a volte per caso, a volte perché te la vai a cercare, altre volte perché qualcuno ti dice qualcosa che tu trovi interessante e pubblicabile.
Questo qualcuno si chiama “fonte”. Le fonti possono essere perfetti sconosciuti oppure conoscenti.

Ma ciò che interessa al giornalista è che ciò che ti viene detto sia vero, documentabile e interessante.
Non si pubblicano articoli per fare un piacere a qualcuno, se non vi sono i requisiti di cui ho appena parlato.

Non mi fraintendano i colleghi, noi conosciamo i limiti del nostro mestiere e la mia è solo una riflessione limitata ad un’esperienza privata che poco ha a che fare con il complesso mondo dei media.

Nessuno, dunque, vi legga una qualche recriminazione rispetto a fatti contemporanei o un je accuse rivolto alla categoria alla quale sono fiera di appartenere e dentro la quale ci sono arrivata con grande determinazione.

In altri termini, chi deve capire, se vuole, capirà. Se non vuole, non è che io me ne stia preoccupando più di tanto.

Io andrò avanti a cercare notizie, fatti e verità. E lo farò, citando Bertoli, sia che io abbia “amici a farmi il coro, oppure volti sconosciuti”.

Sono un guerriero che ha per penna la sua spada, “con un piede nel passato, ma con gli occhi dritti e aperti nel futuro”.

Buon ferragosto.

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Attenzione ai selfie “patologici”: dietro la vanità, un senso di inadeguatezza

PEr blogC’è chi per migliorare il proprio aspetto fisico si sottopone a diete, turni di palestra estenuanti e maniacali, c’è chi ricorre al bisturi.
Tutti attenti al “primo impatto”, a piacere “a vista” ancor prima che nell’intimità del carattere e dei sentimenti.

E a far vedere i risultati ottenuti, se non quelli regalati da madre natura, ci pensano i social network grazie ai quali è possibile pubblicare foto e video a testimonianza delle nostre beltà.

Potremmo definirli autoscatti, ma poiché l’italiano è in disuso e a rischio di rimanere incompresi, corre l’obbligo di utilizzare il neologismo inglese “selfie” per indicare le foto auto prodotte con i nostri cellulari.

Un vezzo da star? Botox più, botox meno? Sembrerebbe proprio di no.

Del resto chi non è mai caduto in tentazione? Difficile dirlo.

Ma, stante a una recente indagine degli psicologi americani, il selfie potrebbe entrare di diritto tra le new addiction, tra l’uso incontrollato della tecnologia e il gioco d’azzardo.

Secondo l’American Psychiatric Association, infatti, l’auto ritrarsi, potrebbe essere il sintomo di un disturbo mentale denominato “selfitis o selfite”, caratterizzato da una volontà ossessiva di realizzare delle fotografie di se stessi per poi postarle on line.

Un fenomeno non catalogabile con la semplice vanità, ma che lascerebbe spazio, invece, a fenomeni di scarsa autostima e un segnale del desiderio di colmare i vuoti della propria esistenza.

Una scala di valori della gravità della dipendenza? Gli statunitensi hanno anche stilato dei range per valutare il livello di selfite.

Ci sono i borderline, che si fotografano tre volte al giorno, almeno, ma poi non pubblicano nulla sui social network.

Poi i casi acuti, che si individuano in chi si scatta almeno tre selfie e li posta tutti, e, infine, i casi disperati, con una media di sei scatti al giorno e altrettante pubblicazioni.

Una cura immediata? Buttate il cellulare e fatevi una lunga passeggiata.

Attivate la procedura di cancellazione dai social, e iniziate a vivere di più nella vita reale.

Oppure, rivolgetevi al primo specialista, che saprà trovare per voi la cura più opportuna per risolvere la dipendenza.

Se poi vi va bene così fate pure, ultimo suggerimento: dimenticate di avere letto questo post.

Dal canto mio ci ho dato un taglio. Come? Non potendo rinunciare al desiderio di ritrarmi, ho preferito farmi fotografare dagli altri, ricorrendo all’unico ritocco possibile: i miracoli di  photoshop!

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