Alla ricerca del Drago

2014-08-17 17.55.01Subito fuori dall’abitato di Monasterace, dopo una curva, dal lato del mare, si trova l’area archeologica dell’antica Kaulon.

La indicano i cartelli e scendo verso gli scavi.

Nessun segnale stradale che indichi agli automobilisti che percorrono la SS 106 di rallentare, neanche le strisce pedonali in corrispondenza della scala che porta al sito.

Una cinquantina di metri più avanti vi è un ingresso più sicuro, per il tramite di un sottopasso, ma chi proviene da Reggio non lo sa.

Appena ti avvicini, il basamento di un tempio dorico si erge sul promontorio a ridosso sul mare.

La pianta rettangolare è praticamente intatta, qua e là si scorgono le basi delle colonne. Alcuni reperti sono accatastati e catalogati.

Altri scavi sono protetti da piccole tettoie di lamiera, per chi non è esperto non si comprende cosa siano.

In spiaggia i vacanzieri prendono il sole, camminano sul bagnasciuga, si tuffano in mare.

Qualche bracciata al largo e, alzando lo sguardo, ti ritrovi a nuotare sotto i resti di Kaulon colonia greca fondata dagli Achei nell’ottavo secolo a. C.

Cerco il mosaico del drago e non sono sola.

Un turista percorre un tratto del sito a ovest, lo seguo, ma mi rendo conto che sta scendendo in spiaggia. Sì, il sito archeologico è anche una via di accesso al mare.

Il cartello con il mosaico del drago di Kaulon lo trovi subito non appena accedi agli scavi dalla scaletta sulla 106. Ma non è lì quello ritrovato negli anni ’60. Tenuto per molto tempo a Palazzo Piacentini (il Museo di Reggio Calabria), è stato restituito al Museo di Monasterace che sorge a pochi passi dal sito.

Lo vorrebbero vedere anche due turisti del Nord d’Italia, dall’accento direi veneti o giù di lì.

Ma io sto cercando l’altro mosaico, quello ritrovato ormai due anni fa dall’equipe dell’archeologo Francesco Scuderi che, coi suoi studenti, durante una campagna di studio in loco, riportò alla luce quello che è stato definito il più grande mosaico della Magna Grecia, raffigurante un secondo drago, più piccolo del precedente, ma che si estende su un’area più vasta insieme alle raffigurazioni di fiori e delfini.

Conosco la polemica riguardo alla mareggiata che negli inverni trascorsi ha messo a rischio l’intera area e l’allarme lanciato dall’archeologo in merito alla devastazione del sito.

Provo a chiedere a un autoctono che mi dice: “Il Drago? Se non se l’è portato il mare, lo trovate più in là”.

Io, invece, sospetto (anzi ricordo perfettamente) che il mosaico sia stato ricoperto per evitare che gli agenti esterni lo possano rovinare.

2014-08-17 18.06.31Negli scavi sull’area termale, a pochi metri dal tempio dorico, ci sono dei tendoni che proteggono il pavimento. Non mi azzardo a sollevarli, ma non sono sicura che qualcuno non ci abbia provato.

Gli interventi messi in campo per la protezione del sito, almeno per quel che può notare un occhio inesperto, consistono in alcuni massi posti sulla spiaggia e una collinetta artificiale (così sembra) a ridosso della scogliera.

Ci vorrebbe, forse, una barriera di massi in mare, a protezione dell’intera battigia. Intervento per altro già fatto negli anni ’80 – ’90 a Capo Spartivento, cosa che ha consentito la ricostruzione naturale della costa.

Nell’area non ho visto cestini per chi volesse depositarvi rifiuti e le sterpaglie la fanno da padrone.

In parte hai quasi la sensazione che le rovine le abbia trovate tu e il mare blu, come solo lo Ionio sa essere da queste parti, ti riporta con la mente ai tempi antichi, alle navi dei greci che solcavano le acque e che da lontano potevano scorgere la magnificenza del tempio di Kaulon.

Dall’altro ti assale un brivido: chiunque, entrando nel sito, potrebbe farvi razzia.

Quando era Ministro, Bray ha promesso dei fondi. Mi chiedo se siano arrivati, mentre un altro inverno si avvicina.

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Suggestioni letterarie

Che ragione vi sarebbe nell’allontanarsi da chi deterrebbe inconfessabili e profondi segreti?

Al contrario, questo non sarebbe che motivo di unione e rafforzamento dei rapporti. Quanto meno, se non per stima,  per ragioni di opportunità.

Ma quando, al contrario, ci si allontana o segreti non ci sono o non si teme che siano rivelati.

Forse ci sono ragioni e motivazioni diverse, da conoscere prima,  e valutare per quelle che sono dopo. Se agli amici si tiene, ma per davvero.

Ma, nel turbinio del passaparola, alla fine ciascuno, per propria parte, si rivela tale per quale è.  Nel bene e nel male.

“E ora va con femmine a spander lacrime”

Boccaccio, Decameron, IV- I.

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È la notizia, bellezza!

24723_1327513039477_199314_nQuando ho aperto questo blog, fu semplicemente “perché dovevo rischiare”.

Dovevo, cioè, cambiare il mio modo di agire e tentare, sperimentare, scegliere.
Un percorso personale che poco aveva a che fare, al tempo, con il mestiere di giornalista.

Tanto che questo blog in parte raccoglie considerazioni personali, dall’altra è veicolo di notizie vere e proprie, alcune di queste poi pubblicate in alcune testate giornalistiche regolarmente registrate.
Non so quanto successo abbia avuto questa esperienza, che non è stata continuativa e giornaliera, e forse mi ci dovrei dedicare di più, non fosse altro che per evitare di lasciare monco un progetto già avviato.

Ma ogni cosa ha il suo tempo.

Ciò che mi ha spinto a questa riflessione ferragostana, mentre mi godo il fresco in uno dei posti più belli della mia regione, misconosciuto e per questo anche più gradevole, è l’avere letto, a distanza di molti mesi, un commento al mio articolo “Percosse, per non morire”, che scrissi in occasione di un reale fatto di cronaca accaduto nella mia città e il cui responsabile è stato recentemente condannato.

È strano pensare che tu posti un articolo sul blog, lo condividi su facebook o twitter e persone a te sconosciute, che magari tu immagini leggano solo testate nazionali, di prestigio o che comunque hanno una diffusione maggiore di un tuo esperimento, poi condividano i tuoi pensieri e trovino il tuo blog uno strumento per parlare di sé.

Per chi non è giornalista non è facile comprendere come per i giornalisti esista un solo amico: la notizia. Che non è tale per il rappresentare “un fatto nuovo”, ma piuttosto perché “è una novità che può interessare gli altri, l’opinione pubblica”. In termini tecnici, la “notiziabilità”.

Ci sono vari modi per trovare una notizia, a volte per caso, a volte perché te la vai a cercare, altre volte perché qualcuno ti dice qualcosa che tu trovi interessante e pubblicabile.
Questo qualcuno si chiama “fonte”. Le fonti possono essere perfetti sconosciuti oppure conoscenti.

Ma ciò che interessa al giornalista è che ciò che ti viene detto sia vero, documentabile e interessante.
Non si pubblicano articoli per fare un piacere a qualcuno, se non vi sono i requisiti di cui ho appena parlato.

Non mi fraintendano i colleghi, noi conosciamo i limiti del nostro mestiere e la mia è solo una riflessione limitata ad un’esperienza privata che poco ha a che fare con il complesso mondo dei media.

Nessuno, dunque, vi legga una qualche recriminazione rispetto a fatti contemporanei o un je accuse rivolto alla categoria alla quale sono fiera di appartenere e dentro la quale ci sono arrivata con grande determinazione.

In altri termini, chi deve capire, se vuole, capirà. Se non vuole, non è che io me ne stia preoccupando più di tanto.

Io andrò avanti a cercare notizie, fatti e verità. E lo farò, citando Bertoli, sia che io abbia “amici a farmi il coro, oppure volti sconosciuti”.

Sono un guerriero che ha per penna la sua spada, “con un piede nel passato, ma con gli occhi dritti e aperti nel futuro”.

Buon ferragosto.

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Attenzione ai selfie “patologici”: dietro la vanità, un senso di inadeguatezza

PEr blogC’è chi per migliorare il proprio aspetto fisico si sottopone a diete, turni di palestra estenuanti e maniacali, c’è chi ricorre al bisturi.
Tutti attenti al “primo impatto”, a piacere “a vista” ancor prima che nell’intimità del carattere e dei sentimenti.

E a far vedere i risultati ottenuti, se non quelli regalati da madre natura, ci pensano i social network grazie ai quali è possibile pubblicare foto e video a testimonianza delle nostre beltà.

Potremmo definirli autoscatti, ma poiché l’italiano è in disuso e a rischio di rimanere incompresi, corre l’obbligo di utilizzare il neologismo inglese “selfie” per indicare le foto auto prodotte con i nostri cellulari.

Un vezzo da star? Botox più, botox meno? Sembrerebbe proprio di no.

Del resto chi non è mai caduto in tentazione? Difficile dirlo.

Ma, stante a una recente indagine degli psicologi americani, il selfie potrebbe entrare di diritto tra le new addiction, tra l’uso incontrollato della tecnologia e il gioco d’azzardo.

Secondo l’American Psychiatric Association, infatti, l’auto ritrarsi, potrebbe essere il sintomo di un disturbo mentale denominato “selfitis o selfite”, caratterizzato da una volontà ossessiva di realizzare delle fotografie di se stessi per poi postarle on line.

Un fenomeno non catalogabile con la semplice vanità, ma che lascerebbe spazio, invece, a fenomeni di scarsa autostima e un segnale del desiderio di colmare i vuoti della propria esistenza.

Una scala di valori della gravità della dipendenza? Gli statunitensi hanno anche stilato dei range per valutare il livello di selfite.

Ci sono i borderline, che si fotografano tre volte al giorno, almeno, ma poi non pubblicano nulla sui social network.

Poi i casi acuti, che si individuano in chi si scatta almeno tre selfie e li posta tutti, e, infine, i casi disperati, con una media di sei scatti al giorno e altrettante pubblicazioni.

Una cura immediata? Buttate il cellulare e fatevi una lunga passeggiata.

Attivate la procedura di cancellazione dai social, e iniziate a vivere di più nella vita reale.

Oppure, rivolgetevi al primo specialista, che saprà trovare per voi la cura più opportuna per risolvere la dipendenza.

Se poi vi va bene così fate pure, ultimo suggerimento: dimenticate di avere letto questo post.

Dal canto mio ci ho dato un taglio. Come? Non potendo rinunciare al desiderio di ritrarmi, ho preferito farmi fotografare dagli altri, ricorrendo all’unico ritocco possibile: i miracoli di  photoshop!

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Italiani campioni di sexting… tra ortaggi e verdure.

business_woman_with_tablet_ppOk, mettiamola così, questa sera sono in fase “criticheggio andante”…e mi tolgo qualche sfizio pure io.

Belle, bellocce, belline…ormai il mondo è strapieno di ragazze o donne, giovani e meno giovani, pronte a farsi notare dall’allocco di turno, o più in generale, nella società.

Oggi, ad esempio, ho visto una tizia che mostrava con disinvoltura il suo bel tanga color viola.

Dico: “Ti senti figa?”. Non lo sa, ma almeno ci prova.

Laddove io tra me e me pensavo… “ma se non ti calcola nessuno…”.

E in effetti, se la natura non è generosa…bisogna proprio mettercela tutta per farsi notare, oggi, in questo mondo sempre più “beauty oriented”.

Già, proprio così, l’inglese ci vuole proprio per affermare che ormai siamo tutti preoccupati a far valere (e vedere) l’aspetto esteriore di ciascuno di noi.

Ci vuole il bisturi davvero, come in Sud Corea? Può darsi, di certo c’è che basta poco, almeno una posa più o meno sexy per attirare lo sguardo desiderato.

Ce ne sono a migliaia sui social network di autoscatti…di selfie… per chi mastica l’inglese.

Come se la passione, l’interesse, l’appetibilità si consumassero tutte lì, in quelle immagini postate sul computer.

E magari funziona. O forse no…dato che troppa abbondanza, può anche metter in soggezione.

Eppure secondo i dati del Global Sex Survey 2014 (un sondaggio redatto dai frequentatori di siti di relazioni interpersonali) la tendenza a autofotografarsi in pose bollenti sta crescendo tra gli italiani che, è sta qui la contraddizione, come scenografia per il sexselfie, sceglierebbero i banchi dell’ortofrutta.

Coooosa? Sì, sì, avete capito bene. La percentuale degli scatti autoprodotti avviene tra cavoli, broccoli, mele, pere…ehm…e via dicendo. 

Messaggi subliminali? L’appetito vien mangiando? De gustibus non disputandum est. Come per il trash, insomma… non v’è rimedio, abbiate pazienza.

Quanto al sesso vero e proprio, anche quello sembra tramontato.

Perché l’88% degli italiani (dati in mano alla statistica) sembra preferire il sexting al contatto fisico vero e proprio.

L’amore in digitale regna sovrano nel nuovo millennio, sopratutto per i nostri connazionali che, nella “pratica” virtuale, da soli superano la media internazionale (26 paesi in tutto) pari al 73%.

Insomma le lenzuola sono fuori moda, meglio dunque sms e foto “calienti”.

Come si faccia col carrello della spesa mi sembra un po’ difficile immaginarlo, fate voi … ma tant’è.

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No al bisturi, meglio piacersi: gli effetti del post operatorio negli scatti della fotografa Ji Yeo

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Ne avevamo parlato la scorsa estate della chirurgia estetica e della moda di “rifarsi” il look sotto i ferri. In quell’occasione (cfr https://emanuelamartino.wordpress.com/2013/09/01/piu-belli-grazie-al-bisturi-ma-il-corpo-resta-sempre-una-prigione/) avevamo ragionato sui risvolti psicologici della tendenza di ricorrere al bisturi, pur di migliorare il proprio aspetto fisico.

La riflessione era partita da un’indagine dell’Isaps (l’istituto che individua la società internazionale della Chirurgia Estetica) che aveva individuato proprio nel quartiere Gangnam di Seul, in Sud Corea, il centro di un business di affari di 5 miliardi l’anno scaturito dagli interventi estetici richiesti dalle donne del Paese.

Una su cinque, stando ai dati, di età compresa tra i 19 e i 49 anni.

Alla ricerca di un look “più occidentale”, con ” viso tondo, naso dritto e occhi grandi” e di un miglioramento complessivo del mento e del seno.

Per rispondere alle esigenze di una società, quella coreana, con standard di pressione sociale molto elevati, per cui da un lato gli uomini puntano al consolidamento delle ricchezze e dei beni materiali e le donne alla perfezione esteriore.

Ma a documentare gli effetti delicati della chirurgia, e la necessità di lunga degenza e cura dopo il bisturi, per dimostrare quanta sofferenza ci sia dietro un’operazione di natura estetica, ci ha pensato l’artista coreana Ji Yeo che, in una mostra fotografica, ha inteso immortalare proprio lo stato delle donne dopo gli interventi.

Corpi fasciati in bende elastiche, al petto, alla testa, persino nelle gambe. Volti costretti nei cerotti, nelle cicatrici e nei lividi del post operatorio.

Un modo, per la fotografa, per sensibilizzare le coreane nei confronti di un fenomeno di “massa” e “una tendenza” che qualificano sempre di più la società coreana come una realtà “beauty oriented”.

“Rinunciare al bisturi,  imparate a piacervi come siete” è il messaggio di Ji Yeo che, oltre ad essere stata finalista al concorso fotografico Taylor Wessing, ha lanciato il progetto Recovery room proprio per mostrare come rivolgersi al chirurgo estetico non sia esattamente fare una passeggiata.

A margine della mostra fotografica, una delle sue ultime provocazioni è stata quella di girovagare per le vie di Brooklyn, negli U.S.A,  indossando una tuta color carne con un cartello con scritto “Voglio essere perfetta”.

Sorprendente la reazione delle americane che hanno raccolto la sfida, scrivendo sul corpo dell’artista pensieri e riflessioni sull’importanza di guardare oltre la bellezza esteriore e di non trasformare troppo l’aspetto naturale di ciascuno di noi.

E se la società di oggi non ammette imperfezioni, forse potremmo tentare di ritagliarci uno spazio diversamente, puntando su caratteristiche interiori, forse poco modificabili, ma di certo più durature.

 

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Apparenza e sostanza, vittime e carnefici nel mondo dell’informazione

Salvaggio Indellicati Bottero Palazzolo Bova Lamberti Varano
Quali modelli di informazione e il giornalismo oggi. Un dibattito allargato alla platea degli studenti del Liceo Scientifico Volta di Reggio, quello che stamattina ha visto impegnati Paola Bottero, autrice del romanzo “Carta Vetrata” (edito da Sabbiarossa edizioni), Aldo Varano, direttore del giornale on line Zoomsud e Carlo Indellicati magistrato del Tribunale di Reggio Calabria.
Una presentazione del volume realizzata con la Società “Dante Alighieri”, presieduta da Giuseppe Bova, tra i relatori, e con il coordinamento femminile dell’ente a cura di Silvana Salvaggio. A testimoniare anche della necessità di un giornalismo efficace e senza padroni, anche Eduardo Lamberti Castronuovo, assessore provinciale alla cultura e alla legalità ed editore di ReggioTv.
Ospiti di Angela Palazzolo, dirigente scolastico del Liceo, i relatori hanno sviscerato le problematiche attuali del mondo dei media a partire dalle riflessioni di Varano, per il quale “la rivoluzione dei social network, di fatto, modifica il ruolo della stampa e fa dei semplici cittadini dei giornalisti”.
Ma se la divulgazione di un fatto passa da un tweet a una foto postata su facebook, torna il ruolo morale ed etico del giornalista che sta tutto “nel coraggio di dire come stanno realmente le cose, senza il filtro dell’ideologia”.
Insomma a partire dalla storia di Demi Romeo, il protagonista del romanzo della Bottero, che cerca con tutti i mezzi di trovare un posto nel piccolo schermo, in una società in cui il limite tra sostanza e apparenza è ridotto ai minimi termini e in cui è facile scambiare i ruoli tra vittime e carnefici, i giovani del Volta hanno potuto ascoltare riflessioni su come sia possibile modificare e manipolare le informazioni, ma anche essere ottimi giornalisti.
In tal senso significativa si colloca la testimonianza del giudice Indellicati che ha affermato come “anche i magistrati traggono sia benefici che danni, a volte, dal quarto potere”. L’importante però è che “chi racconta i fatti, lo faccia senza essere fazioso e senza modificarne l’essenza. Anche con il comportamento si può trasmettere la verità – ha sostenuto – e la cultura del vero è l’unico strumento che può aiutarci a diventare dirigenti nel domani”.
E se per Lamberti: “il giornalista è un mediatore di conoscenza e non di consensi” per l’autrice del romanzo: “questa storia narra di un mondo schifoso che stiamo consegnando alle giovani generazioni”.
“Nel mio libro non c’è speranza – ha affermato Paola Bottero – ma ce n’è negli occhi di chi legge e gli deve servire aprire varchi di conoscenza. Nessuno di noi è depositario della verità, possiamo solo analizzare al meglio ciò che raccontiamo. Ciascun cittadino deve studiare la verità e ciò è possibile – ha concluso – guardandola da tutte le angolature della scena”.
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Reggio, una città da difendere

1530480_10151945790953528_155496177_nGiusto ieri avevo scritto sulla necessità di una giusta e corretta informazione.

Tanto che mi ero ripromessa di non tornare sull’argomento, ma gli eventi mi hanno trascinato a scrivere di comunicazione, ancora una volta sul mio blog.

Come ogni mattina, solito passaggio di rassegna stampa.

Gli occhi scendono su un articolo del Corriere.it in cui si parla della scuola “Carducci” che, come molti di voi sapranno, è stata recentemente oggetto di attacchi vandalici, dalle giostre dei bambini andate in fiamme, ad altri episodi incendiari, a scritte contro lo Stato sui muri esterni dell’edificio.

Bene, sul quotidiano nazionale, un pezzo dal titolo “Reggio Calabria Molotov e attacchi vandalici contro scuola. L’Istituto sotto attacco è frequentato da figli di magistrati e forze dell’ordine”.

Già a leggere questo, sembrerebbe che gli episodi siano diretti contro i bambini, per colpire i genitori. Falso.

Nel pezzo poi c’è un passaggio in cui si evidenzia la qualità della struttura di gran lunga superiore  “ad altre scuole private della città”.

Falso.

Come tutti sanno la Carducci è pubblica, è una scuola di eccellenza, come tante ce ne sono a Reggio, statali.

Come è possibile, mi chiedo, che un titolato quotidiano nazionale possa riportare questo genere di notizia e, peggio, derivare dal presunto essere “privata” che sia di frequentazione di figli di determinate categorie ritenute “di elite”? E, ancora, come lascerebbe suggerire il titolo, gli attacchi siano indirettamente rivolti agli esponenti di queste professioni?

Si sa, ci sono argomenti (come la ‘ndrangheta) che fanno vendere i giornali.

Ma se il tentativo era quello di evocare la solidarietà ai giudici e alle forze di polizia, a ben leggere i commenti dei cittadini l’effetto è stato diametralmente opposto.

A parte le lunghe precisazioni sulla scuola “statale” non “privata”, ci sono poi moltissimi commenti contro gli uni e gli altri e i loro figli perché ritenuti dotati di possibilità economiche altre, rispetto al comune cittadino.

Segno evidente che i tempi sono diversi, che la gente è stanca, impoverita dalla crisi, e che, se vogliamo, il senso di rispetto nei confronti dei servitori dello Stato è venuto meno, certamente cambiato.

E io non credo che i magistrati e le forze dell’ordine cittadine sarebbero felici dell’accostamento fatto sul Corriere.

Quanto alla città, dopo la bufera sui bambini disabili non ammessi agli asili “comunali”, ancora una volta è nel ciclone.

Se non conoscessi le motivazioni che stanno alla base del pensiero di chi ha definito i giornalisti “nemici della città”, quasi quasi mi verrebbe da dargli ragione, a leggere certi articoli.

Ma non lo farò. Perché da tempo ho sposato quell’idea di chi disse, una volta, che i veri nemici di Reggio (di varie categorie professionali)  sono dentro, non fuori.

Io vorrei solo che, in questo momento difficile, per la mia città, ci fosse la forza di difenderla nel giusto e nella verità delle cose.

Per questo guardo alla statua di Athena, nell’atto di scagliare la lancia (nel prestigioso scatto di Michele Galluccio, per gentile concessione), rivolta verso Reggio e non verso il mare, perché si senta ancora l’orgoglio di essere reggini e di risollevare le sorti della città.

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Ma a Reggio, ci sono solo gli asili “comunali”?

Che gran pasticcio la storia degli asili “comunali” di Reggio Calabria.

Cerchiamo di ricostruire i fatti: con una nota pubblicata sul sito del Comune di Reggio, si informavano gli interessati dell’avvio imminente delle procedure di iscrizione dei bambini cittadini agli asili “comunali” e che, però non sarebbe stato possibile assumere “personale specializzato (insegnanti di sostegno)”(gravanti sulla gestione finanziaria di Palazzo San Giorgio) e che pertanto, non sarebbero stati ammessi alunni portatori di handicap.

Negli asili “comunali”, ribadisco.

La precisazione è d’obbligo non fosse altro per il fatto che la notizia è rimbalzata sulla stampa nazionale con la velocità di un fulmine e con la stessa rapidità si è omesso di aggiungere (in alcuni casi) l’aggettivo “comunale”.

Cosa che ha portato alcuni colleghi a scrivere di Costituzione stracciata e di negazione di diritti fondamentali dei cittadini nella nostra città.

Vero. Ma non sempre “piove sul bagnato” ed è necessario aggiungere “fango su fango”.

Perché purtroppo però accanto a questo messaggio è passata anche la notizia (falsata), o almeno così poteva essere interpretata e lo è stato, che i bambini disabili di Reggio Calabria sarebbero rimasti a casa, senza godere del diritto all’istruzione.

E invece questo è falso, perché sul territorio reggino, insistono 103 scuole materne “statali”, i cui docenti, o di ruolo o iscritti nelle graduatorie della provincia, (un’altra graduatoria rispetto a quella comunale) sono assunti e pagati dal Ministero del Tesoro.

In buona sostanza, l’identificazione tra scuole “comunali” e scuole “statali”, o meglio l’omissione dell’aggettivo “comunale”, a mio avviso, ha sollevato un caso mediatico nazionale che si poteva evitare.

Ora io non voglio dire  (quindi non lo sto dicendo), a scanso di equivoci e di contestazioni, che non sia grave che non si possano iscrivere gli alunni con handicap nelle scuole “comunali”, che nello specifico sono otto, ma potrebbe anche essere una, a causa del dissesto finanziario del Comune, ma semplicemente che nella divulgazione di una notizia occorre fare gli opportuni distinguo e le dovute precisazioni.

Perché un conto è scrivere che chiuderanno gli asili “comunali”, un conto è scrivere, come pure è stato fatto, che chiuderanno “gli asili a Reggio Calabria”, invocando l’intervento del Ministero e dell’ufficio scolastico regionale.

Le scuole “comunali”, pur funzionando come le “statali”, rispondono a regole dell’ente, con graduatorie e assunzioni dettate dall’amministrazione, ai sensi del CCNL degli enti locali. Le seconde rispondono a parametri e assunzioni, validi in tutta Italia.

E vi dirò di più.

Nella nota pubblicata sul sito del Comune in data 22 gennaio, sostanzialmente la rettifica, c’è scritto altro e peggio, eppure questa notizia ancora sulla stampa  non è ancora stata pubblicata.

Il dirigente, infatti, precisa che: “Si informa che le assunzioni di eventuali insegnanti supplenti sul posto ordinario e di sostegno saranno subordinate al favorevole esito del controllo centrale sulle dotazioni organiche e sulle assunzioni di personale da parte della Commissione per la stabilità finanziaria degli enti locali ai sensi dell’art. 243 del D.Lgd 267/2000, fatta salva comunque la verifica del rispetto del patto di stabilità per l’anno 2013”.

Ora, se, interpreto bene da un lato la norma di che trattasi, relativa proprio ai “controlli per gli enti strutturalmente deficitari ed enti locali dissestati”, e dall’altro la nota del dirigente sugli insegnanti “su posto ordinario e di sostegno” evinco che, se le condizioni non lo consentiranno, negli asili  “comunali” non si potrà assumere personale normale  né specializzato.

Ragioniamo per ipotesi: se un asilo “comunale” dovesse avere richieste tali da formare una classe in più, per la quale si richiederebbe l’assunzione di un insegnante su posto ordinario supplente per l’anno scolastico 2014/2015, non potendo il Comune assumere, quella classe non si formerà. Almeno così mi pare di capire…

Gravissimo. Però a tutt’oggi questa notizia non è stata pubblicata e resa nota.

Voglio dire che, alcuni organi di informazione e giornalisti, categoria alla quale anche io appartengo, nel tutelare i diritti dei soggetti svantaggiati, hanno riportato una notizia senza le dovute precisazioni e non hanno, almeno per i miei riscontri, valutato la portata della rettifica pubblicata dal Comune.

Spero che queste mie poche righe servano a fare chiarezza, e la questione degli asili “comunali”, possa essere risolta anche con l’impegno manifestato dai Commissari.

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Caso Madalina Pavlov: a breve i risultati dei Ris sulle tracce subungueali

UnknownSolo qualche giorno per conoscere l’esito degli esami a cui è stato sottoposto il residuato subungueale ritrovato nelle mani di Madalina Pavlov. Nei laboratori dei Ris di Messina, ieri mattina, si sono recati la madre della giovane precipitata dallo stabile di Via Bruno Buozzi nel settembre del 2012, il suo legale, Giuseppina Iaria e i figli Maria e Jonel Sabadac, nati da un precedente matrimonio della signora Cutulencu.

Non erano presenti, invece, Elena e Gigi Sabadac, difesi dell’avvocato Sgarlata.

Si è detta “speranzosa” la madre della giovane – sentita telefonicamente nella giornata di ieri – e sempre pronta a scoprire la verità sulla vita di Madalina.

La madre, infatti, sospetta che la ragazza non si fosse trovata in quel palazzo per caso, ma che aspetti a lei oscuri della vita della figlia l’abbiamo portata lì, la sera del 22 settembre di un anno fa.

Proprio oggi, del resto, sarà a Roma per parlare della scomparsa della ragazza, ospite della tramissione Rai “La vita in diretta” di Paola Perego e Franco Di Mare.

Giorni intensi quelli trascorsi, che hanno visto Gabriella Cutulencu partecipare a più di un’iniziativa legata al femminicidio, a partire da quella organizzata a Piazza Italia e nota a tutto il mondo come “La marcia delle Zapatos rojos”, che dal Messico all’Europa sono il simbolo della violenza di genere.

Tra le centinaia delle “ Scarpe Rosse”, domenica scorsa, c’erano anche quelle di Madalina, a fianco quelle di Immacolata Rumi, la donna reggina morta mesi fa per le percosse subite dal marito.

La madre della Pavlov, infatti, non si è mai persuasa del suicidio della figlia, e rimane convinta che non sia precipitata per sua volontà dall’edificio di Via Buozzi. Anzi la sua pervicacia, unita a quella dell’avvocato Iaria, hanno convinto il pm Teodoro Catananti ad riaprire il fascicolo con l’ipotesi di reato di istigazione al suicidio.

Una vicenda a toni scuri che si infittisce con le numerose minacce ricevute dalle due donne, tutte regolarmente denunciate, tra cui la violazione del computer dell’avvocato per il quale la Iaria ha chiesto la rogatoria internazionale.

Martedì scorso,inoltre, Gabriella Cutulencu ha ricevuto, dall’associazione reggina Anassilaos, una targa ricordo nell’ambito di un dibattito organizzato per discutere delle prospettive normative della nuova legge sul femminicidio.

E se da un lato si cerca di mantenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica rispetto al caso, con la partecipazione ai programmi televisivi nazionali, anche a Reggio si stanno moltiplicando le iniziative orientate a fare luce sulla vicenda.

In fieri, infatti, quella organizzata  nei prossimi giorni dall’Anpi (Associazione Nazionale Partigiani Italiani), presieduta da Sandro Vitale.

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