Il Ddl scuola: più “beffa” per tutti.

Ebbene sì, manco da un bel po’, ma sono stata parecchio occupata.

Ma di fronte all’avanzare del Ddl sulla scuola che il Governo Renzi si accinge a varare, proprio non mi riesce di star zitta.

Ad oggi, leggendo qua e là, non si capisce l’effettiva portata e i numeri delle assunzioni dei precari.

Sindacati sparigliano cifre su cifre, di posti vacanti da colmare da più parti.

Di una cosa siamo consapevoli, il precariato della scuola italiana va risolto e subito, anche a prescindere dalle conseguenze che la portata della Sentenza della Corte Europea potrebbe avere sugli orientamenti dei tribunali italiani per avere rinnovato i contratti a tempo determinato per oltre tre anni.

Assumere su organico funzionale, una nuova realtà che elimina la distinzione tra organico di fatto e di diritto attualmente vigente nel sistema scolastico italiano, assumere secondo le vecchie regole, non importa. Occorre assumere e in fretta.

Ma la verità è che la Riforma, che nelle sue migliori intenzioni vorrebbe risolvere il problema del precariato, ha delle pecche e non sono poche.

A parte che non si comprende ancora come, quando e dove, dovrebbero essere assunti i precari, ma l’aspetto più inquietante è il sottoporre i lavoratori alla chiamata diretta da parte del Dirigente Scolastico.

Non entro nel merito sul paventato rischio di pratiche clientelari che il meccanismo della chiamata diretta potrebbe determinare, ma vorrei analizzare la questione da un punto di vista differente.

Con la chiamata diretta da parte dei dirigenti, che già in sé lede il diritto alla mobilità dei lavoratori della pubblica amministrazione, per esempio, non si tengono conto le esigenze di quanti già di ruolo, non hanno ancora ottenuto il trasferimento nella città di origine o nei comuni limitrofi e che ogni anno partecipano alla mobilità. Una specie di mini concorso interno basato su punti e titoli che consente il trasferimento su una delle sedi richieste dal lavoratore.

Con il nuovo meccanismo, solo chi ha raggiunto questo obiettivo può star tranquillo, non possono però esserlo coloro che, pur di ruolo, non sono riusciti a rientrare nelle proprie città.

Si tratta di docenti che ogni anno chiedono il trasferimento interprovinciale e che, non ottenendolo, hanno la possibilità di avvicinarsi anche solo per un anno, con le assegnazioni provvisorie o chiedendo di essere utilizzati su posto di sostegno o altra classe di concorso. Una procedura che, per altro, verrebbe sterilizzata dalle imminenti immissioni.

Dovrebbero forse contare sulla chiamata diretta di un dirigente da una regione all’altra?

Lo stesso dicasi per quanti pur essendo di ruolo in provincia, hanno una sede di servizio ben distante da quella di residenza, anche nel raggio di 100 km, non esattamente una passeggiata.

La cosa che più mi disarma, però, è che tra i proclami lanciati da più parti, la “nuova mobilità”, triennale, e su presentazione di curriculum al Dirigente, sembra non tener conto (per quanto abbia letto) di alcuni dispositivi di legge che certamente non potranno essere raggirati.

Penso alle precedenze dovute a disposti normativi legati a patologie, all’assistenza ai parenti disabili, all’avvicinamento ai coniugi impiegati tra le forze dell’ordine.

E se ne potrebbero citare a vario titolo di conquiste sulla contrattazione dovute a lotte sindacali negli ultimi vent’anni.

Ma su questo tutto tace.

Mentre non si può tacere sull’espressa volontà di cancellare dal piano delle assunzioni gli idonei che sì, non saranno vincitori di concorso, ma che lo potrebbero diventare per logico scorrimento di graduatoria.

Non si capisce, infatti, come si fa a non assumerli se i vincitori sono stati assunti su altre classi di concorso o da graduatoria ad esaurimento in questi ultimi anni.

Per non parlare delle altre categorie di docenti e di neo abilitandi, che restano fuori dal Ddl.

A questo scempio giuridico che, se dovesse essere approvato, affosserebbe di ricorsi i tribunali italiani già affogati di giudizi pendenti, della scuola e non, nelle ultime ore si registrano le prime timide osservazioni del mondo politico.

Ma il dubbio che mi assale è un altro.

Non si capisce perché questo Paese non sia in grado di operare una riforma efficace del sistema scolastico italiano, tornando a una scuola dei contenuti e dei saperi, piuttosto che puntare su soluzioni improvvisate e giuridicamente vacillanti.

E a questa domanda che le forze parlamentari dovrebbero rispondere, se ce la fanno, cercando, però, di evitare il politichese.

 

 

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Giornalista, italiana del Sud, mi piace osservare le cose e ascoltare i suoni che provengono da ogni angolo del mondo.
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